Abbiamo intervistato Brenda Navarro, autrice del libro “Ceniza en la boca”

Abbiamo intervistato Brenda Navarro, autrice del libro “Ceniza en la boca” (“Cenere in bocca”), che ha ispirato l’omonimo film di Diego Luna che apre in SOUQ Film Festival 2026.

Brenda, com’è nata l’esigenza di raccontare la migrazione attraverso ciò che si lascia alle spalle, oltre che attraverso ciò che promette?

Penso che la scommessa sia opposta: ho guardato a ciò che accade quando è ormai chiaro che non si può tornare indietro e che ciò che segue è irrimediabile. Da un lato, la protagonista capisce attraverso il suo lutto che il passato è qualcosa a cui non si può più tornare e che forse è inspiegabile; dall’altro, le promesse di una migrazione per una vita migliore non sono reali. Quando ti scontri con questa realtà, tocca reinventare le aspettative sulla propria vita. È un atto molto coraggioso, perché c’è un’audacia nello scommettere sulla vita. Diego, suo fratello, decide di perdere, ma quando lei decide di tornare in Spagna lo fa pensando che la sua vita sia sua e che voglia viverla. Questo mi sembra incredibile della protagonista.

Come hai lavorato per riflettere la complessità di queste esperienze senza ridurre chi migra alla figura della vittima o di una persona in cerca di redenzione?

Io non credo che le persone migranti siano vittime; credo che siano persone con una forza e una volontà che spaventano. Per questo si preferisce credere che siano vittime, invasori o delinquenti, perché sono capaci di rompere la norma, di ribellarsi a ciò che è stabilito e di dimostrare a loro stesse che non c’è nulla di stabilito né di scritto, e che hanno la possibilità di cercare un altro modo di vivere la propria vita. Etichette come vittima, redentore, brava persona servono solo a nascondere alle società che li accolgono, a far loro sentire, che il cambiamento, la mobilitazione, il mettere in discussione ciò che è stabilito esistono; e oggi i governi hanno paura che le persone siano critiche, che facciano domande, che si mobilitino.

Quale responsabilità credi abbia chi racconta queste storie attraverso la letteratura o il cinema, soprattutto quando si rivolge a un pubblico che magari le conosce solo attraverso i media tradizionali?

Esiste una responsabilità e un’etica nel momento in cui si creano le storie, nel senso di impegnarsi verso ciò che si vuole raccontare, non cercare di dare lezioni, non cercare di creare storie manichee, non essere accondiscendenti come autrice. Ma i temi che scelgo per raccontare una storia non hanno a che vedere con una responsabilità morale per cui io voglia dare una lezione: per quello c’è la filosofia. Inoltre credo che chi legge un libro o guarda un film abbia un proprio percorso e decida da sé ciò che lo colpisce delle storie. Stiamo dando molta importanza agli autori, quando ciò che conta è quello che il libro genera.

Parlando nello specifico del mio libro e del film, che sono piuttosto indipendenti e con storie impegnate con l’arte in sé, credo che vadano diffusi, perché l’industria editoriale e quella cinematografica sono voraci e offrono sempre meno possibilità di diversità di temi.