Un giro del mondo che, cortometraggio dopo cortometraggio, ha toccato la Corea del Nord e la Germania, la Siria e l’ex Jugoslavia, il Nepal e l’Inghilterra per concludersi a Riace, il borgo rinato grazie all’accoglienza dei migranti al quale è dedicato il lungometraggio “Un paese di Calabria”.

È andata così la seconda giornata del festival che, nonostante il brutto tempo, ha visto una notevole partecipazione di pubblico. Le persone intervenute hanno riempito il chiostro Nina Vinchi fin dal pomeriggio e, in serata, hanno avuto la pazienza di assistere alla proiezione del documentario fuori concorso anche restando in piedi o sedendosi per terra. 

In molte si sono fermate anche per il dibattito conclusivo che, coordinato dalla direttrice artistica Delia De Fazio, è stato aperto dalla professoressa Nicoletta Vallorani.

“È molto bello vedere tanta gente a vedere un film molto importante in un momento come questo. Solitamente quando si parla di immigrazione siamo abituati a sentire storie diverse: quella di Riace, invece, è una vicenda positiva”, ha esordito la docente dell’Università degli studi di Milano che, anche quest’anno, fa parte della giuria del festival.

Anche Serena Gramizzi, produttrice di Un paese di Calabria con Bo Film, si è detta molto contenta dell’accoglienza ricevuta, culminata con un gran battimani collettivo da parte del pubblico sulla canzone di chiusura del documentario. Inoltre, ha portato i saluti delle registe Shu Aiello e Catherine Catella, ha raccontato l’origine dell’opera e i progetti futuri legati al lungometraggio.

“Shu, una delle due registe – ha spiegato Serena – arriva da una storia emigrazione: per questo ha scelto di raccontare Riace. A dicembre porteremo il film al Senato e proveremo a sensibilizzare i politici”.

In conclusione, dopo alcune domande da parte del pubblico, la parola è andata a don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, promotrice del festival e da sempre impegnata nell’ambito dell’accoglienza. Per il sacerdote, è necessario “mandare messaggi forti quando si parla di immigrazione e, in questo senso, aver visto questo film ci lascia una traccia che è un impegno”.

Quando si parla di migranti e accoglienza, serve innanzitutto cambiare la prospettiva culturale. Riace lo ha fatto e ci dimostra che è possibile farlo”.

“Per questo – ha concluso don Colmegna – siamo molto felici di aver ospitato al SOUQ Film Festival un’opera cinematografica come Un paese di Calabria”.

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